martedì 23 dicembre 2008

Era un mattino come tanti di un giorno qualunque...

Era un mattino come tanti di un giorno qualunque, uno di quelli che non ricorderai di certo, quando sarai vecchio al bar con gli ultimi amici, un giorno destinato all’oblio; una giornata come tante, di lacrime, di vento, tra le risa divertite dei giovani, e i respiri affannosi dei vecchi.
In fondo, nulla lasciava anche solo ipotizzare una simile situazione, una tragedia, o una commedia, un attimo di ordinaria follia cittadina, per non dire contemporanea, ovvero occidentale.
Nulla, dicevo, nulla di ciò che accadde poteva essere previsto da una qualche grande mente, una delle poche rimaste dopo il diluvio. Nulla lasciava una porta aperta su una stanza illuminata nel notturno incedere del tempo. Nulla.
E pensare ai giornali freschi di stampa, a ciò che avrebbero potuto, o dovuto, annunciare nelle loro sporche pagine; a ciò che i giornalisti avrebbero dovuto prevedere viste le circostanze, anche se non “dati causa e pretesto”, ma comunque come talento professionale, e forse pure per deontologia.
E il fatto d’essere parte dello stesso intero non obbligava pure ciascuno di noi ad agire?
E il fatto di condividere un mezzo (di trasporto) e un fine (il lavoro), ogni giorno, non obbligava a fermare la sua mano?

In quel mattino come tanti di un giorno qualunque, nemmeno il cielo sembrava curarsi di ciò che accadeva sotto la sua “morbida copertura”, e non fece niente per avvisare noi mortali: non si tinse di rosso né di verde, non nevicò né grandinò, non ci fu un sole ustore e nemmeno una luna-simbolo (di morte, per i Gitani). Si, si, proprio la luna sarebbe stata adatta a quella giornata qualunque per questo sentido muy español, o meglio, gitano, nel suo essere un’enorme faccia grigia, o beige.
Piovve.
E la pioggia avrebbe presto lavato il sangue, e avrebbe battezzato nuovamente gli umani, quelli che necessitavano di una rinascita; la pioggia, sotto i passi dei passanti, diventata pozza, ma fingendo di essere mare, avrebbe potuto, forse, imbrattare di umido un qualche muro, anzi, proprio il muro di quella casa qualunque.
Ma noi crediamo troppo nelle favole.
E quella casa sarà schizzata di rosso, all’interno, e non ci sarà pioggia per lavare le macchie, né l’animo dell’assassino; e quelle mura non parleranno coi vicini né interverranno a bloccare la mano, quella mano qualunque, no, lasceranno che tutto si svolga, davanti ai lori bianchi occhi da cieco iper-vedente.
And a hard rain is a-gonna fall, anzi, sta già scendendo, copiosa, ma non impedirà lo svolgersi dell’Atto.

E i bambini, che nei film prevedono il futuro, o sono in contatto con l’aldilà, non dissero nulla, in quella giornata qualunque, ma sono (sempre) innocenti; piuttosto i genitori, incapaci di decifrare i gesti, i segni, i simboli dei pargoli, sono colpevoli, come lo siamo tutti noi.
Sì, perché anche il condividere uno stesso luogo, forse, ci rende tutti responsabili di quell’attimo folle. Ma come potevamo noi sapere, “come potevamo noi cantare”?
La risposta è dovevamo. Come, quando e perché non contano. Dovevamo.
E avremmo dovuto suonare quel campanello, e non ci avrebbe risposto, così avremmo sfondato la porta con un cestino di ferro, e saremmo entrati gridando, e ci saremmo lanciati su di lui, l’assassino, il killer, e gli avremmo strappato l’arma di mano, gridandogli nelle orecchie, percuotendolo con tutta l’ira e il sentimento civico contenuti nei nostri corpi. Sbavando. L’avremmo poi portato in manicomio, e magari qualcuno di noi avrebbe fatto la stessa fine, riconosciuto come pazzo autentico dai medici per aver filmato “l’operazione di salvataggio” con un cellulare, e aver subito “uploadato” tutto su Youtube, “linkato” a Myspace, “postato” su Facebook; e poi qualcuno avrebbe “downloadato” il file, e condiviso tramite un “peer-to-peer”, gioendo per il tesoro guadagnato gratis.

Me lo prendi, papà?
No, figlio, c’è la crisi.
Ma noi non siamo in crisi!
Lo so, figlio, ma dobbiamo esserlo perché è l’ultima moda.

E forse fu proprio la vera crisi la causa prima; fu proprio lei, la stronza, a scatenare nel suo folle animo l’istinto omicida, a fargli affondare il coltello in quella piccola creatura, rossa di paura.
Si, fu la crisi, e fu la fame, e fu la rabbia; e fummo noi idioti a non prevedere, anche se così palesemente e magistralmente dipinto nel suo sguardo, il progetto criminale.
Idioti.
Non riuscimmo ad evitare la morte del pomodoro.

lunedì 22 dicembre 2008

Londra,UK.

E se dovessi parlarne, cosa direi?
E se mi chiedessero, come hanno già abbondantemente fatto, “com’è stata Londra”?
Forse direi che non era la città che mi aspettavo, forse l’ho anche già detto. Ma cosa mi aspettavo da Londra non lo so dire, davvero. Ho provato a pensarci mille volte, invano.
Forse volevo le luci, forse volevo la musica, forse volevo l’inglese.

Londra è una città strana.
Londra è un mago che esegue grandi magie, ma subito dopo ti mostra il trucco.
Londra è l’illusione dello swinging vestita della certezza del dying.
Londra è la quiete dei ricchi e la frenesia dei poveri.
Londra è una promessa d’integrazione, non mantenuta.
Londra è un manichino vestito dell’ipocrisia vittoriana.
Londra è tutto, ora, ovunque.
Londra è Harrods e il barbone nel sudicio sottopassaggio pedonale.

Londra è una delle tante metropoli occidentali, senza troppe differenze: il palese fallimento del capitalismo selvaggio.

venerdì 5 dicembre 2008

Con l'autorità conferitami...

Vedo la mia laurea come una tinozza di acqua sporca, hogwash come dicono gli anglosassoni usando un termine che mi piace molto, da svuotare nella fogna. Ora, non capisco da dove possa venire un’immagine come questa, e perché la similitudine non sia stata con un biscotto da tuffare nel cappuccino, o con un morbido e caldo letto d’inverno. Capisco che la mente agisce incontrollabile e incontrollata, ma quest’immagine mi fa pensare che un qualche problema mentale sia una realtà, più che un’isola sperduta in un mare di possibilità. E chissà che mi direbbero gli allegri amici di Freud, analizzandola con gli occhiali portati sulla punta del naso per incutere timore, o rispetto. Quante risate! Magari inventerei un sogno ricorrente, così, proprio dal nulla, per vedere come e quanto si scervellino sopra il significato, inconscio ovviamente, di una donnola muta spiaccicata sotto le zampe taurine di un robot di terracotta vestito come John Lennon. Sento già la risposta: il complesso di Edipo è raffigurato dalla presenza del robot di terracotta, che, se fosse stato di feltro, non avrebbe avuto lo stesso significato, chiaramente, e il ricordo di quella figurina di Baggio prestata e mai più ricevuta all’età di nove anni si palesa nel mutismo della donnola, immagine di perdita, assenza, …..

Hogwash…

….. si parlava di laurea…..
La mia idea sarebbe di presentarmi alla discussione della tesi senza dirlo a nessuno, genitori, parenti, amici, proprio nessuno, e tornare a casa come se non fosse successo niente, buttando là l’argomento a cena, tra una chiacchiera e un’altra. I miei hanno già detto che mi tolgono i viveri se faccio una cosa del genere, e non capisco francamente perché, o meglio, capisco ma non voglio capire. Pensate a quanto sarebbe triste, quindi assolutamente sublime, essere da soli nel momento in cui ti proclamano dottore, dottore, dottore del buco del…, ed essere soli a festeggiare la propria piccola vittoria, soli a disegnarsi il papiro. E tutta la festa? Gli scherzi? L’odiata goliardia? Ah ah! Mi vedo solo, per strada, che leggo il papiro che conosco a memoria, ovviamente, ma metto qua e là qualche errore per avere il pretesto per bere dalla bottiglia di vodka alla fragola (ho scelto un gusto a caso,che non ho mai assaggiato, in verità); sempre solo mi spoglio e mi vesto da donna, cantandomi la canzoncina del laureato (il “dottore, dottore” di prima), e mi lancio addosso uova, e farina, e miele, e regalo mele rosse alla gente; solo vado al rinfresco solo per me, con due tramezzini, un toast alle verdure che non mangio perché mi fa schifo e l’avevo detto al barista, ma lui niente, un’oliva ascolana e un’ombretta di bianco in bicchiere Duralex, quelli che sono talmente piccoli da non contenere nemmeno un dente. Ovviamente tutto condito da un po’ di goliardia autoinflitta.

Preciso che:

1.Mentre scrivo queste cose sono perfettamente sobrio e nel pieno delle mie capacità mentali, e pure motorie (massì!).

2.La mia laurea non sarà mai questa e perché non voglio scherzi né papiri, e perché i miei si sono già espressi, e rimando a qualche riga sopra per leggerne il commento.

3.Per ovviare al sistema triadico tipico della mentalità occidentale, il punto tre sarà un punto decisamente inutile all’economia dell’argomento trattato, ma utilissimo ad occupare uno spazio che, altrimenti, sarebbe stato l’ultimo dell’elenco, e sarei ricaduto nella tradizione.

4.Odio la goliardia e tutto ciò che ci va dietro. L’idea di laurearsi da solo altro non è che una reazione a questa pratica tremendamente stupida, soprattutto perché fatta da persone che, in teoria, dovrebbero avere qualcosa nella testa, e non il famigerato criceto sulla ruota.

Hogwash…

Che poi parlare di laurea è sempre una cosa che rende fieri.
Già fregiarsi del nome “laureando” fa molto figo, ti da un’autorità enorme, e una credibilità addirittura superiore: l’ha detto lui che è laureando in legge, quindi è di certo giusto, giacché è laureando non può sbagliare nel suo campo…no, no, cosa dici? Cosa dici? Che ha detto una cazzata? Ha detto che il cielo è blu perché c’è un decreto ministeriale che lo prevede? Beh, sai, bisogna capire come l’ha detto, cioè se in senso metaforico o in senso…in senso…reale (laureando in lettere), non è che si sia sbagliato, perché è giusto a modo suo e, insomma, saprà, no? È laureando!
Scopri, poi, che il laureato è un laureando che sa giusto un pelo di più ma neanche troppo, solamente perché più esperto e navigato, e perché porta davanti al nome la scritta “dottore”.
E un professore è un laureando diventato laureato che ha una cattedra, e qualche santo in paradiso.


Hogwash…

giovedì 27 novembre 2008

Parole, soltanto parole.

Ne è passato di tempo da quando ho deciso di aprire questo blog con l'idea di creare qualcosa, di riunire tutte quelle parole che si dicono e si perdono ogni giorno; un archivio di pensieri, riflessioni, immagini, non inerti, come in altri siti, ma attivi, vitali.
Il risultato? Nullo. Partecipazione bassissima, pochi commenti e, ovviamente, testi. E si che era veramente una cosa ampia e libera, in cui ogni autore poteva parlare di tutto ciò che voleva (tranne politica, o partitica che dir si voglia), e prendersi tutto lo spazio necessario, senza restrizione alcuna.
Che dire?
Manca il tempo, o pare che manchi; si fa fatica a scrivere due paroline abbastanza intelligenti, se non in un tristissimo social network; si parla, parla, e non si conclude; alcuni si sentono tuttologi, ma hanno paura di mettersi in gioco, o non sanno scrivere.
E si che era una cosa così "simpatica" riempire di parole sensate questa rete così povera...
Forse nemmeno un pessimo blog sul pessimo calcio avrebbe attirato l'attenzione.
I cosiddetti vecchi sono molto più attivi dei cosiddetti giovani, conservano ancora un certo piacere nel raccontare, e i racconti sono parole calde di sentimento, non sono le chiacchiere dei giovani, il "gossip"; si scaldano ancora in un dibattito, ognuno arroccato sulla sua posizione, lanciando parole infuocate, e improperi vari, a volte.
E si che siamo "studiati", noi giovani, che vantiamo una cultura superiore a quella dei nostri nonni...
Ma abbiamo perso il piacere della scrittura, quella bella, che occupa tempo, e i messaggini sul cellulare, e i commentini via internet non sono minimamente paragonabili al vero scrivere. Non occorre essere Joyce per mettere giù una penna e sporcare il foglio, non occorre avere una prosa perfetta (per ora), basta scrivere.

Le parole ci stanno possedendo, e non riusciamo a possederle.

venerdì 19 settembre 2008

Occhio al buco (nero), ovvero quando il rischio non è commisurato al beneficio.

Avrete certamente sentito parlare dell'esperimento del Cern per trovare la "particella di Dio", come è chiamato il bosone di Higgs. Bene, dopo aver costruito l'LHC, acceleratore di particelle di 27 km a 100 metri di profondità, che raggiunge una velocità che è il 99,9999991% di quella della luce, ed aver speso una quantità impressionante di euro per costruirlo, l'esperimento è iniziato il 10 settembre. Tutto a posto.Stephen Hawkning, grande fisico, ha scommesso 100 dollari che il il bosone di Higgs non verrà mai trovato, ma questa è la parte che possiamo definire folklorica dell'esperimento.Il problema è un altro: la possibilità di creare un buco nero che risucchi la terra. Gli esperti del Cern dichiarano l'impossibilità che ciò avvenga, nonostante venga creata un'energia spaventosa, simile a quella del Big Bang, ma altri ritengono che questa sia più che una possibilità. Allora sorge l'interrogativo: perchè investire tutti questi soldi su esperimenti potenzialmente inutili o dannosi? Ed è proprio necessario che l'uomo rischi l'autodistruzione per cercare di comprendere un mistero che, quasi certamente, rimarrà tale?
Ai posteri l'ardua sentenza, se ce ne saranno di posteri.


domenica 7 settembre 2008

Italiani all'estero

Dopo aver brevemente discusso sulla questione linguistica italiana, sposterei l'attenzione alla questione dell'educazione ai giorni nostri.
Ho avuto la fortuna di vivere a Pechino proprio durante le Olimpiadi. L'atmosfera era magica, una città nuova, pronta per ricevere atleti e turisti.
Pechino è divisa in cinque anelli che suddividono i vari distretti della città. Ogni distretto ha qualcosa di caratteristico.A Chongwen,ad esempio, si trova il Tiantan, il Tempio del Cielo; a Dongcheng c'è la Città Proibita e Piazza Tian'Anmen. Io
risiedevo nel distretto di Haidian, la zona universitaria di Pechino, a NordOvest. Dalle mie parti i 老外 (laowai, stranieri) erano molto pochi e si potevano ancora vedere i vecchi venditori di grilli lungo le strade.
Un giorno, io e le mie compagne di viaggio siamo andate al 秀水市场 (Silk Market), un immenso stabile pieno di stand che vendono ogni tipo di vestito, oggetto e souvenir. Questo è uno dei luoghi principali per la contrattazione, pratica obbligatoria in Cina per comprare qualsiasi cosa, cibo escluso.
Tra i vari stand abbiamo incontrato gente da ogni parte del mondo, semplici turisti, ma anche atleti e giornalisti. Ognuno di loro cercava di comprare al prezzo più basso possibile. E' inutile dire che chi riesce a contrattare in cinese, è decisamente avvantaggiato.
Quel giorno, mentre discutevamo per un paio di scarpe, siamo state salutate da due ragazzi italiani. Da brave compaesane abbiamo intrattenuto un'allegra conversazione, dando consigli su dove andare a mangiare del vero cibo cinese e su alcuni modi di dire tipici. Ad un tratto è apparso un altro baldo giovane italiano che con aria spavalda si vantava di aver comp
rato un paio di scarpe (orribili) per la straordinaria cifra di 2 Euro. "Ah, quindi voi studiate cinese..! Non avete proprio nulla da fare nella vostra vita" ci dice con fare spocchioso, " e da quanto siete qui?" Gli abbiamo risposto che eravamo a Pechino da un mese e mezzo, e che sebbene fossimo contente di tornare a casa, la Cina ci sarebbe mancata un po'. "Io sono qui da 25 giorni e non ne posso più, due palle questo posto! Ho mangiato solo al Mc Donald's, che tra l'altro non ha le stesse cose italiane."
Dopo aver finito questo suo teatrino si è incamminato tra altri stand. Da lontano abbiamo visto che una ragazza cinese gli si era avvicinata per chiedergli delle spille (n.d.R. date le Olimpiadi, molti ragazzi cinesi facevano a gara per accaparrarsi più spille-souvenir dei paesi in gara). Il tizio si gira verso di noi e con aria crudele urla in italiano:"Bella, guarda che le olimpiadi sono finite!!"
"Italiani brava gente" recitava una canzone di Bennato...


venerdì 5 settembre 2008

La questione linguistica

Sto leggendo un saggio, "Malalingua" di Pietro Trifone, dove l'autore s'interroga sulla lingua italiana e, in particolare, sulla lingua scorretta, volgare, "brutta". Un capitolo riguarda le intromissioni dell'inglese nel nostro sistema linguistico. Da qui vorrei partire per ragionare sul fatto che in Italia le parole straniere sono facilmente accettate e, addirittura, sostituite ai termini equivalenti italiani. In Spagna, ad esempio, termini come "mouse", "computer", "hard disk" sono tradotti rispettivamente in "ratón", "ordenador", "disco duro". Sorge spontaneo l'interrogativo: perchè in Italia non è così? Credo sia principalmente un fatto di indifferenza.
Bisogna però ricordare che un primo segno di colonizzazione è l'adozione(forzata) della lingua dei colonizzatori. Ora, senza bisogno di estremizzare i giudizi, non è che l'indifferenza italiana nei confronti delle intromissioni linguistiche sia più dannosa che salutare, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello culturale?
La lingua è un formidabile contenitore della cultura di un popolo.

giovedì 4 settembre 2008

Il primo giorno...

Non so se creare un blog sia una bella idea, ma "tentar non nuoce", come dice il famoso proverbio. Il problema è che ce l'hanno tutti, quindi ogni tentativo di immettere nella rete qualcosa di nuovo, anche se di buon livello, si perde nel mare dell'indistinto a cui ci condanna internet.
Intendo offrire spunti di riflessione, più che verità assodate.
Spero che qualcuno legga e discuta con me.

Internet è sinonimo di libertà?