Era un mattino come tanti di un giorno qualunque, uno di quelli che non ricorderai di certo, quando sarai vecchio al bar con gli ultimi amici, un giorno destinato all’oblio; una giornata come tante, di lacrime, di vento, tra le risa divertite dei giovani, e i respiri affannosi dei vecchi.
In fondo, nulla lasciava anche solo ipotizzare una simile situazione, una tragedia, o una commedia, un attimo di ordinaria follia cittadina, per non dire contemporanea, ovvero occidentale.
Nulla, dicevo, nulla di ciò che accadde poteva essere previsto da una qualche grande mente, una delle poche rimaste dopo il diluvio. Nulla lasciava una porta aperta su una stanza illuminata nel notturno incedere del tempo. Nulla.
E pensare ai giornali freschi di stampa, a ciò che avrebbero potuto, o dovuto, annunciare nelle loro sporche pagine; a ciò che i giornalisti avrebbero dovuto prevedere viste le circostanze, anche se non “dati causa e pretesto”, ma comunque come talento professionale, e forse pure per deontologia.
E il fatto d’essere parte dello stesso intero non obbligava pure ciascuno di noi ad agire?
E il fatto di condividere un mezzo (di trasporto) e un fine (il lavoro), ogni giorno, non obbligava a fermare la sua mano?
In quel mattino come tanti di un giorno qualunque, nemmeno il cielo sembrava curarsi di ciò che accadeva sotto la sua “morbida copertura”, e non fece niente per avvisare noi mortali: non si tinse di rosso né di verde, non nevicò né grandinò, non ci fu un sole ustore e nemmeno una luna-simbolo (di morte, per i Gitani). Si, si, proprio la luna sarebbe stata adatta a quella giornata qualunque per questo sentido muy español, o meglio, gitano, nel suo essere un’enorme faccia grigia, o beige.
Piovve.
E la pioggia avrebbe presto lavato il sangue, e avrebbe battezzato nuovamente gli umani, quelli che necessitavano di una rinascita; la pioggia, sotto i passi dei passanti, diventata pozza, ma fingendo di essere mare, avrebbe potuto, forse, imbrattare di umido un qualche muro, anzi, proprio il muro di quella casa qualunque.
Ma noi crediamo troppo nelle favole.
E quella casa sarà schizzata di rosso, all’interno, e non ci sarà pioggia per lavare le macchie, né l’animo dell’assassino; e quelle mura non parleranno coi vicini né interverranno a bloccare la mano, quella mano qualunque, no, lasceranno che tutto si svolga, davanti ai lori bianchi occhi da cieco iper-vedente.
And a hard rain is a-gonna fall, anzi, sta già scendendo, copiosa, ma non impedirà lo svolgersi dell’Atto.
E i bambini, che nei film prevedono il futuro, o sono in contatto con l’aldilà, non dissero nulla, in quella giornata qualunque, ma sono (sempre) innocenti; piuttosto i genitori, incapaci di decifrare i gesti, i segni, i simboli dei pargoli, sono colpevoli, come lo siamo tutti noi.
Sì, perché anche il condividere uno stesso luogo, forse, ci rende tutti responsabili di quell’attimo folle. Ma come potevamo noi sapere, “come potevamo noi cantare”?
La risposta è dovevamo. Come, quando e perché non contano. Dovevamo.
E avremmo dovuto suonare quel campanello, e non ci avrebbe risposto, così avremmo sfondato la porta con un cestino di ferro, e saremmo entrati gridando, e ci saremmo lanciati su di lui, l’assassino, il killer, e gli avremmo strappato l’arma di mano, gridandogli nelle orecchie, percuotendolo con tutta l’ira e il sentimento civico contenuti nei nostri corpi. Sbavando. L’avremmo poi portato in manicomio, e magari qualcuno di noi avrebbe fatto la stessa fine, riconosciuto come pazzo autentico dai medici per aver filmato “l’operazione di salvataggio” con un cellulare, e aver subito “uploadato” tutto su Youtube, “linkato” a Myspace, “postato” su Facebook; e poi qualcuno avrebbe “downloadato” il file, e condiviso tramite un “peer-to-peer”, gioendo per il tesoro guadagnato gratis.
Me lo prendi, papà?
No, figlio, c’è la crisi.
Ma noi non siamo in crisi!
Lo so, figlio, ma dobbiamo esserlo perché è l’ultima moda.
E forse fu proprio la vera crisi la causa prima; fu proprio lei, la stronza, a scatenare nel suo folle animo l’istinto omicida, a fargli affondare il coltello in quella piccola creatura, rossa di paura.
Si, fu la crisi, e fu la fame, e fu la rabbia; e fummo noi idioti a non prevedere, anche se così palesemente e magistralmente dipinto nel suo sguardo, il progetto criminale.
Idioti.
Non riuscimmo ad evitare la morte del pomodoro.
In fondo, nulla lasciava anche solo ipotizzare una simile situazione, una tragedia, o una commedia, un attimo di ordinaria follia cittadina, per non dire contemporanea, ovvero occidentale.
Nulla, dicevo, nulla di ciò che accadde poteva essere previsto da una qualche grande mente, una delle poche rimaste dopo il diluvio. Nulla lasciava una porta aperta su una stanza illuminata nel notturno incedere del tempo. Nulla.
E pensare ai giornali freschi di stampa, a ciò che avrebbero potuto, o dovuto, annunciare nelle loro sporche pagine; a ciò che i giornalisti avrebbero dovuto prevedere viste le circostanze, anche se non “dati causa e pretesto”, ma comunque come talento professionale, e forse pure per deontologia.
E il fatto d’essere parte dello stesso intero non obbligava pure ciascuno di noi ad agire?
E il fatto di condividere un mezzo (di trasporto) e un fine (il lavoro), ogni giorno, non obbligava a fermare la sua mano?
In quel mattino come tanti di un giorno qualunque, nemmeno il cielo sembrava curarsi di ciò che accadeva sotto la sua “morbida copertura”, e non fece niente per avvisare noi mortali: non si tinse di rosso né di verde, non nevicò né grandinò, non ci fu un sole ustore e nemmeno una luna-simbolo (di morte, per i Gitani). Si, si, proprio la luna sarebbe stata adatta a quella giornata qualunque per questo sentido muy español, o meglio, gitano, nel suo essere un’enorme faccia grigia, o beige.
Piovve.
E la pioggia avrebbe presto lavato il sangue, e avrebbe battezzato nuovamente gli umani, quelli che necessitavano di una rinascita; la pioggia, sotto i passi dei passanti, diventata pozza, ma fingendo di essere mare, avrebbe potuto, forse, imbrattare di umido un qualche muro, anzi, proprio il muro di quella casa qualunque.
Ma noi crediamo troppo nelle favole.
E quella casa sarà schizzata di rosso, all’interno, e non ci sarà pioggia per lavare le macchie, né l’animo dell’assassino; e quelle mura non parleranno coi vicini né interverranno a bloccare la mano, quella mano qualunque, no, lasceranno che tutto si svolga, davanti ai lori bianchi occhi da cieco iper-vedente.
And a hard rain is a-gonna fall, anzi, sta già scendendo, copiosa, ma non impedirà lo svolgersi dell’Atto.
E i bambini, che nei film prevedono il futuro, o sono in contatto con l’aldilà, non dissero nulla, in quella giornata qualunque, ma sono (sempre) innocenti; piuttosto i genitori, incapaci di decifrare i gesti, i segni, i simboli dei pargoli, sono colpevoli, come lo siamo tutti noi.
Sì, perché anche il condividere uno stesso luogo, forse, ci rende tutti responsabili di quell’attimo folle. Ma come potevamo noi sapere, “come potevamo noi cantare”?
La risposta è dovevamo. Come, quando e perché non contano. Dovevamo.
E avremmo dovuto suonare quel campanello, e non ci avrebbe risposto, così avremmo sfondato la porta con un cestino di ferro, e saremmo entrati gridando, e ci saremmo lanciati su di lui, l’assassino, il killer, e gli avremmo strappato l’arma di mano, gridandogli nelle orecchie, percuotendolo con tutta l’ira e il sentimento civico contenuti nei nostri corpi. Sbavando. L’avremmo poi portato in manicomio, e magari qualcuno di noi avrebbe fatto la stessa fine, riconosciuto come pazzo autentico dai medici per aver filmato “l’operazione di salvataggio” con un cellulare, e aver subito “uploadato” tutto su Youtube, “linkato” a Myspace, “postato” su Facebook; e poi qualcuno avrebbe “downloadato” il file, e condiviso tramite un “peer-to-peer”, gioendo per il tesoro guadagnato gratis.
Me lo prendi, papà?
No, figlio, c’è la crisi.
Ma noi non siamo in crisi!
Lo so, figlio, ma dobbiamo esserlo perché è l’ultima moda.
E forse fu proprio la vera crisi la causa prima; fu proprio lei, la stronza, a scatenare nel suo folle animo l’istinto omicida, a fargli affondare il coltello in quella piccola creatura, rossa di paura.
Si, fu la crisi, e fu la fame, e fu la rabbia; e fummo noi idioti a non prevedere, anche se così palesemente e magistralmente dipinto nel suo sguardo, il progetto criminale.
Idioti.
Non riuscimmo ad evitare la morte del pomodoro.

