venerdì 5 settembre 2008

La questione linguistica

Sto leggendo un saggio, "Malalingua" di Pietro Trifone, dove l'autore s'interroga sulla lingua italiana e, in particolare, sulla lingua scorretta, volgare, "brutta". Un capitolo riguarda le intromissioni dell'inglese nel nostro sistema linguistico. Da qui vorrei partire per ragionare sul fatto che in Italia le parole straniere sono facilmente accettate e, addirittura, sostituite ai termini equivalenti italiani. In Spagna, ad esempio, termini come "mouse", "computer", "hard disk" sono tradotti rispettivamente in "ratón", "ordenador", "disco duro". Sorge spontaneo l'interrogativo: perchè in Italia non è così? Credo sia principalmente un fatto di indifferenza.
Bisogna però ricordare che un primo segno di colonizzazione è l'adozione(forzata) della lingua dei colonizzatori. Ora, senza bisogno di estremizzare i giudizi, non è che l'indifferenza italiana nei confronti delle intromissioni linguistiche sia più dannosa che salutare, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello culturale?
La lingua è un formidabile contenitore della cultura di un popolo.

5 commenti:

Pietro ha detto...

Molto d'accordo sull'idea che accettare la lingua sia il primo segnale di una colonizzazione! Rabbrividisco quando sento parlare di quei paesi in cui le università svolgono la loro attività in una lingua straniera (solitamente l'inglese)ed ancora di più quando sento che qualcuno anche qui in Italia reputa questa una cosa saggia. Quei paesi hanno già decretato la morte della loro cultura. Con questo non voglio sembrare sciovinista, visto che non lo sono affatto, ma tutte le culture del mondo sono un patrimonio dell'umanità.

Anonimo ha detto...

...ho dovuto anche pensare chi fossi. Vedi, che sforzi mi fai fare! Riguardo alla questione linguistica penso che la vera cosa da condannare sia la sostituzione dei nostri vocaboli con quelli della lingua più parlata.
Altra storia sono i termini specifici. Chiamare il mouse, raton mi sembra da fanatici...lo stesso blog, allora noi dovremmo cominciare a chiamarlo diario telematico...l'intromissione del'inglese dalle nostre parti è una questione di moda ma anche di esigenze lavorative. Di quello che il mondo detta. E, personalmente mi preoccupa molto di più l'abuso di k e abbreviazioni...la scomparsa del congiuntivo...

Anonimo ha detto...

Caro Matteo,dovresti sapere come la penso sulla questione.I termini di cui parli sono stati introdotti nel nostro linguaggio un bel pò di tempo fa, da quando esiste l'informatica e non lo vedo un problema grave.Inoltre usiamo termini non solo inglesi ma anche francesi , tedeschi, spagnoli.E' normale che le lingue si influenzino.E comunque non credo che se ne abusi.Che poi all'estero l'italiano sia usato solo per terminologia culinaria è un altro discorso. Piuttosto che si imparino bene le lingue straniere come lingue straniere e soprattutto , come dice Laura, cerchiamo di bandire l'odioso linguaggio da sms, tvvt,kkk e porcherie varie.
Ciao

M. ha detto...

La terminologia informatica può (forse) essere esclusa dal processo di italianizzazione (si veda il nome di questo blog), e il mio, comunque, era solo un esempio. Forse non ci si fa caso, ma in Italia esistono già procedimenti di italianizzazione in altri campi, tanto comuni da essere ormai diventati "invisibili": ad esempio, i nomi di alcune grandi città straniere (Parigi, Londra, etc.), oppure di filosofi, letterati,...uno su tutti, Cartesio.
Per quanto riguarda la terminologia tecnica, sentir parlare di "pool", "team", "think tank", "know how", "home banking" mi fa rabbrividire, e ancora di più se riferito allo Stato italiano, con fantasie del tipo "ministro del welfare".
Sarà questione di gusti, e spero rimanga solo questo, ma a me non piace.
Sul gergo giovanile, Laura, verrà scritto qualcosa, e, anzi, invito tutti a collaborare, perchè è un'altra questione importante e, secondo me, molto interessante. Se avete idee, inviatele al mio indirizzo mail.
Grazie, saluti

Anonimo ha detto...

secondo me le cose non sono così gravi,almeno la maggior parte delle persone intelligenti che conosco(non sono neanche pochissime...)usano termini stranieri per indicare cose e concetti che sono sbarcati nella nostra penisola con il loro nome già attaccato...trovo comici e tacciabili di "accanimento terapeutico"i provvedimenti di spagnoli e francesi.
Diciamo che non cercherei mai di vendere quegli allegri panini con dentro un wurstel(appunto)e abbondanti salsine col nome di cani caldi!!Se qualcuno di voi ha intenzione di farlo,mi avverta e mi dica dov'è il chiosco,avrà in cliente abituale!
Comunque la cultura va considerata una realtà che si trasforma ed è influenzata dagli elementi con cui viene in contatto,non è una memoria indelebile e immodificabile a cui rifarsi per fare i sapienti.