giovedì 26 marzo 2009

Ascolta

- Ascolta, ho…ho sentito una notizia incredibile, guarda, davvero pazzesca…l’ho letta l’altro giorno sul giornale e, ti giuro, mi sono fermato due minuti per…per capirla, davvero-
-Ah, e sarebbe?-
-Una cosa incredibile…tecnologia…progresso…mamma mia, pazzesco! Davvero non ci credevo!-
-Se non me la dici, come faccio a capire di cosa stai parlando?-
-Si si, subito, ma ti avviso che è davveeeero pazzesca! Infatti…-

C’era un sole, o forse ce n’era più d’uno, dato che la luce era quasi troppa, per una giornata comune. Passeggiavo per le calli di Venezia da solo, senza meta, per sprecare un po’ di tempo, avendone ancora a sufficienza. Sciami di turisti dispersi nel dedalo di viuzze e canali, e piedi pestati, e spinte, e versi cavernicoli degli “indigeni”, che evidentemente non hanno ancora acquisito un vocabolario adeguato, di qualunque età essi siano. Passeggiavo, dicevo, soffermandomi davanti a poche vetrine, occhialerie e negozi di scarpe le mie prede, senza far poi tanto caso alla merce esposta, ma scrutando alla ricerca di nulla di preciso, quindi alla ricerca di tutto.
Entrai in un negozio di dischi per comprare il cd dei miei sogni, ma non lo trovai; in compenso, davanti agli occhi avevo una scena che valeva tutta la fatica della scarpinata fatta per arrivare là, inconsciamente o no: il negoziante accarezzava un piccione come fosse il suo gatto, o cane. Ora, ammetto che la scena poteva essere anche più spettacolare, ma l’effetto che ha avuto su di me è qualcosa d’indescrivibile. In effetti, nessuno crede che io l’abbia vista, attentando alla mia stabilità mentale. Ma giuro che è così.

-No perché sai, no? Le notizie devono essere prese con le pinze, e poi sai, il sistema è malato. Cioè…cioè capisci, la società ci costringe entro certi limiti spazio-temporali che sono gabbie, gabbie per noi che siamo liberi, perciò dobbiamo escludere la dimensione del…del…coso, come si dice…del…beh, hai capito no? Si dai, dobbiamo liberarci, dobbiamo…-
-Ma…la notizia?-
-Ma non capisci? Cioè fratello sei troppo dentro, troppo…dentro al sistema del tempo della società malata…relax, fratello, relax…bisogna acquisire il giusto mood per comprendere certe cose-
-Ah, capisco. Il problema è che dovrei andare a lezione fra cinque minuti…-
-Andare a lezione? Fratello, è una costrizione borghese…andare-a-lezione…senti come suona male? Non capisci che dentro a quelle aule non si fa cultura? La cultura è fuori, è libera. La cultura siamo noi che stiamo fuori, cioè…cioè è così: noi creiamo la cultura che i prof, i politici e tutti quegli stronzi dentro distruggono, come si dice…borghesano… Noi creiamo cultura attraverso il dialogo plurale e libero, fratello, e ne discutiamo alle cinque a San Basilio anche oggi: devi venire! Discutiamo di cultura con uno spritz organizzativo…-
-Guarda, mi dispiace ma ho lezione.-
-Ma allora non hai capito un cazzo di quello che ti ho detto! La cultura siamo noi, Onda.-
-E gli esami devo farli io…-

Venezia ha già dimenticato i mesi “caldi” autunno-inverno. In quel periodo si respirava un’aria nuova, un’aria di riscossa, e tutto sembrava andare bene. Molti mitizzavano il periodo come “il nuovo ‘68”, ma, francamente, di sessantottino c’era solo qualche eco lontana. L’Italia sembrava svegliarsi dal lungo torpore e prendere coscienza del proprio stato. C’erano tante belle speranze, ma la disillusione arrivò presto, almeno per me. I professori abbandonarono la lotta, o meglio, non parteciparono mai, se non per piegarla ai loro fini, quindi l’Onda perse la cosiddetta parte che conta, e si frantumò sulla battigia delle vacanze di Natale.
In quei mesi, ero davvero preso dalle varie iniziative. Migliaia di giovani in corteo, lezioni all’aperto, assemblee interateneo…belle cose. Freddo, caviglie storte, lezioni: niente mi fermava. L’incompetenza dei “capi della rivolta”, l’assenza di veri ideali, se non l’antiberlusconismo, e l’incapacità di dialogare veramente furono le cause del mio veloce distacco dalle “azioni”.
La disillusione è un brutto male, ma fortifica.
Poi, fino a che le proteste le fanno quelli con L’iPod e le Converse, o le Clarks, viene da sé che parlare di giustizia proletaria e simili faccia più ridere che altro. Pasolini, in una delle uniche volte che sono riuscito ad ascoltarlo, affermò che, nel ’68, stava dalla parte dei poliziotti perché loro potevano parlare veramente di proletariato, non gli studenti figli di borghesi e gente danarosa.
Rivoluzione…libertà…cultura…spritz organizzativi…
Una generazione (quasi) senza futuro che combatte per emulare, non per ottenere.

Entrai allora in una libreria per trovare conforto, in quel giorno di sole.


“E noi buttavamo tutto in aria, e c’era un senso di vittoria, come se tenesse conto del coraggio la storia…” I Reduci, Giorgio Gaber.

domenica 1 marzo 2009

Citando (pubblicato ora, ma di un po' di tempo fa: profezia)

Se io avessi previsto tutto questo, forse, ma c’è chi dice no, sul mio ponte non sventolerebbe bandiera bianca. Il fatto è che te, io, tutti siamo ognuno un meccanismo diverso che si spegne da sé, inesorabilmente e non può lasciarti vivere una vita tranquilla questa consapevolezza, e nemmeno spericolata come vorrebbero certi giovani d’oggi, o forse giovani di sempre, o forse anche meno giovani, sui quali volentieri s…..no, non si dice. Vecchi e bambini per mano vanno assieme incontro alla sera allo stesso modo, chi zoppicando, chi saltellando.
Conosco millanta storie di materialisti che cercano verità nelle ghiande, di preti che promettono a tutti un’altra vita ma il significato è lo stesso: paura di andarsene e non rivederci tra cent’anni, che poi non deve essere proprio una gran cosa rivedersi vecchi e cadenti, seduti su una sedia a rotelle, dopo aver passato gli anni migliori con una banda a suonare rock, musica ribelle, anche se sono solo canzonette, sciocchezze.
Quale allegria? Nessuna. Forse è più utile un pensiero superficiale rispetto ad un continuo shock di fronte a tutto il mondo intorno. Libertà non è partecipazione? Agire? Forse camminare senza guardare per terra, magari anche volare, volare…lasciatemi le ali. Sentirsi un desaparecido nella società odierna, solo con la sua pena…camminare in mezzo a gatti e volpi come fantasmi, e consolarsi della propria (ricercata) solitudine scrivendo, quando si è d’umore nero. In fondo, il mondo non si è mai fermato, quando un suo abitante è inciampato, per raccoglierlo, tanto meno se del suo ombelico.
Ma ora la luna ha bussato e il juke-box suona altra musica, nuova musica, sempre la stessa.
Canzoni del sole e di vari Piero, e di eroi morti, e di eroi presunti, e di locomotive lanciate contro l’ingiustizia: in fondo noi cerchiamo la bellezza ovunque.