domenica 24 maggio 2009

Cadere

Cassetto in basso a destra, il primo, della cucina di legno scuro di cui non conosco il nome. Poco importa. Cassetto in basso a destra, dicevo, e uno scorrere di ruote di plastica su rotaie, veloce, deciso, come quando, da bambino, giocavo con le macchinette sul pavimento della mia camera. Pavimento di legno, abbastanza liscio da poterci scivolare, ma rovinato qua è la per il troppo muovere di sedie e letti e mobili; come una piscina marrone chiaro in cui mi tuffavo ogni pomeriggio, dopo i compiti, e nuotavo nella fantasia fanciullesca fino a sera, le mani rovinate, la pelle rattrappita nonostante fossi un bimbo.
Le rotelle scorrono, e il cassetto si blocca a fine corsa, con un colpo brusco, e un suono metallico di forchette, coltelli, cucchiai, cucchiaini, grattugie, e sordi tappi di plastica da vino. So che vorrebbe, per una volta, provare l’ebbrezza di uscire dai binari e schiantarsi al suolo, senza rompersi troppo, solo per sentire, sentirsi, conoscersi. È fatalmente bloccato, però. È fatalmente bloccato dalla paura di cadere, come succede a me, quando prendo l’aereo. La paura di volare non esiste: è una cosa stupenda, perché temerla? Forse sono così cristianizzato da evitare il piacevole? Certo che no. Cadere, invece, è il problema, il vero problema, ma forse è proprio cadere che ti fa apprezzare il volare.
Il cassetto non si muove più di così, ma voglio farlo cadere, devo farlo cadere, “per vedere l’effetto che fa”, e inizio a strattonarlo, in un crescendo di destrudo e di libertà; e lui vorrebbe cadere, lo so, vorrebbe sentire l’aria sfregarsi sul suo corpo di legno e stampelle di metallo, nella breve picchiata che lo accompagnerebbe a terra, su quelle piastrelle bitonali, marrone chiaro-marrone scuro, ordinate, la breve picchiata che lo porterebbe allo schianto. Sbang, e forchette e coltelli e cucchiai, e cucchiaini impauriti e grattugie e sordi tappi di plastica, rinvigoriti dall’ebbrezza del volo, sparpagliati sul pavimento, in mirabile casualità. Parlo tanto, e non faccio niente. Lo sto ancora guardando. Paura di cadere? Paura di provare?Afferro con forza la maniglietta, l’otre della convinzione straborda, e tiro il cassetto verso di me. Lo tiro con forza, molta forza. Si blocca, e maledico chi ha costruito dei fermi così resistenti. Lo guardo bene, scruto i miei nemici, e poi l’occhio ricade sul suo interno, sulle sue interiora. Scelgo un coltello affilato, dal corpo nero e dalla lama scontatamente grigia, luccicante.
Richiudo il cassetto, e mi allontano sbucciando una mela.

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