Ho lasciato le mie scarpe in cucina, sotto il mobiletto delle borse. Non è una cosa importante, ma non importa, mi sembrava giusto dirtelo prima che lo scoprissi con irreparabile orrore.
Il latte è finito, e il cartone vuoto sta sgocciolando lentamente nel lavandino (ricordati di riciclarlo!); pure la frutta deve essere finita, o forse c’è ancora una banana tendente al marrone nella fruttiera sul tavolo, ma, leggendo questo bigliettone, l’avrai sicuramente vista, avendo io sagacemente utilizzato la fruttiera stessa come fermacarte...però scrivendolo sembra meno triste la prospettiva dell’incontro con l’immagine dell’entropia.
In poche parole, dovrai fare la spesa perché mancano innumerevoli altre cose che sarebbe inutile menzionare qui, anche perché non me le ricordo, ora: sono di fretta, l’aereo parte.
Si, me ne devo andare per lavoro, ma tornerò il prima possibile da te. E non preoccuparti del sogno che hai fatto, che le profezie si avveravano solo nell’antica Grecia (e non esistevano i Boeing 747!).
Ah si, dovrai comprarti pure una penna, perché questa verrà con me in volo.
Un lungo bacio, a presto.
Queste parole, scritte su questo foglietto strappato dal suo blocco a righe, furono le ultime rivolte a me, il giorno undici di settembre.
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