giovedì 29 gennaio 2009

Sistema

Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.

Sarebbe bello vederli ruotare assieme attorno al sole, mano nella mano, ma capita, forse più spesso, che l’attrazione reciproca diventi contrasto insanabile. E nessuna altra forza opposta può evitarne l’infausta collisione, distruttiva come solo la natura può essere.

Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.

Sarebbe bello vederli fusi in un unico inscindibile mentre compiono i loro viaggi ellittici. E il sole che li abbronza simmetricamente, visione celestiale, durante le loro capriole interstellari.

Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.

Sarebbe bello vedere la pioggia ticchettare sulle loro ruvide pelli, e creare macchie verdi intense, e intense macchie blu, qua e là, in mirabile equilibrio. Una doccia fresca di millenni d’infinito.

Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.

martedì 13 gennaio 2009

Ancora questi mituncoli...

A me non frega un cazzo di De Andrè. Gaber pure è morto ma nessuno ne parla, anche se lui si ha creato qualcosa di nuovo: il teatro canzone.
Pubblico un piccolo estratto da un testo di qualche tempo fa, giusto perchè si addice perfettamente alla situazione.
Deducete il messaggio, se ne avete voglia.


[...]Ora, se fossi un personaggio da romanzo del tipo comune, dopo un’introduzione del genere, dovrei come minimo dire che studiavo Filosofia, essendo io decisamente di sinistra, o Sociologia, insomma una di quelle facoltà da boom post ’68. Magari dovrei dire pure che portavo un eskimoinnocentedettatosolodallapovertà, e trionfi la giustizia proletaria, magari fumando una cannetta ogni tanto che rende tutto più pittoresco, con una di quelle sciarpe leggere da palestinese di cui non mi ricordo il nome, e bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao. Ma io non sono così, mi dispiace. Nel trionfo della giustizia proletaria, non violenta, non c’è nulla di male, sia chiaro, ma ero (e sono) contro gli stereotipi del genere, quindi seguivo i corsi di Lingue, senza sciarpe né fumo.[...]

giovedì 8 gennaio 2009

Rain.

I'm trying to forget all my troubles
I'm trying to get rid of them
but it's so cold outside
and I can't find a warm hug.

A warm hug, alcoholic illusion
frantic pretension, ignorant amusement
but it's so cold outside, baby
it's just too cold.

And the rain is falling
and I love it because
I'm waiting for a new baptism
of fire and gold
I'm gonna break the mould.

And the rain is falling
on our crying faces
silver teardrops plough our cheeks
like bloody daggers cutting meat.

lunedì 5 gennaio 2009

Capodanno dovrebbe venire più spesso.

E la neve scendeva, ed eravamo a Venezia.
La notte a cavallo tra i due anni, tra le speranze andate del passato, le esperienze vissute, e le labili luci del futuro “incerto”, alla Carotone, è una notte come le altre, non c’è nulla da fare. E poco contano tutte quelle chiacchiere sull’anno nuovo, tutte quelle belle parole di speranza, per chi ancora ne ha. È una notte di festa, ma cosa si festeggia? Il nuovo anno, l’inesorabile incedere del tempo, l’erosione dei nostri corpi: c’è davvero da festeggiare? Forse si, ne vale la pena, se non altro per stare assieme più del solito; forse è giusto festeggiare la vita che si rinnova di continuo, abbandonando il nostro egoismo. Gioire per gli altri, per chi verrà.

Propositi per il nuovo anno non ne faccio, perché non so farne. Al massimo posso dire “vorrei laurearmi”, per quanto possa valere.
Forse il proposito migliore è “vorrei migliorare”.

San Marco, dodici rintocchi, o almeno credo. Nelle case si è mangiato, si è bevuto, si è parlato, ma è solo il riscaldamento per la corsa finale. Dodici rintocchi fanno esplodere le persone-sardine ammucchiate nella piazza, e fanno esplodere pure noi.
È sempre un’emozione, l’anno che viene, forse perché puoi dire “ce l’ho fatta anche questa volta”, e poi i fuochi, e la neve sempre più forte, e il frastuono, e le urla.

Nei propositi, dovremmo abbandonare il “vorrei” per un più forte “voglio”, a costo di suonare superbi. Così “voglio laurearmi”, “voglio migliorare”: molto meglio! Forse il condizionale si addice di più a persone che non hanno più speranza, e io non posso dire di esserne totalmente privo. Quindi voglio…dandomi quella sicurezza che non ho mai avuto.

Gli schiocchi dei baci risuonano deboli nella neve, e l’immensa porcata del bacio in piazza non è che una legittimazione, se così si può definire, di ciò che la gente fa già, senza bisogno di spettacoli. È come se facessero “Fotografa San Marco”.
E la gente inizia a spingere con la forza dell’ignoranza; tutti vogliono vedere i fuochi da una posizione migliore, in riva, ed anche avere una facile via d’uscita dal campo di battaglia che è diventata la piazza più bella del mondo. Sparano botti ad altezza gambe, e volano insulti, preferibilmente contro di quelli del sud, leghisticamente suberidani, che sono gli unici a godere nel rischiare una mano o un piede a capodanno.

La cosa che mi uccide è la consapevolezza che tutto, prima o poi, deve finire, e quindi anche una festa così bella, e l’atmosfera di questa notte, e i fiocchi sempre più grossi che si tuffano sul giaccone. Diverrà ricordo. Godere dei ricordi non è il mio forte. Rimarrò depresso per qualche giorno, ma è la prassi. È perché non mi so accontentare, ma, diciamo la verità, la felicità non è mai abbastanza. “Sei stato felice? Accontentati!” è la frase che più odio, uscita, in origine, dalla bocca della mia insegnante di religione alle superiori, una di quelle persone che di sfighe ne hanno avute abbastanza, a dire il vero, e devono trovare un modo per andare avanti, povere, o forse era convinta che, insegnando religione, avrebbe dovuto parlare sempre come un prete, vale a dire come uno che vive in un mondo di draghi e principesse, e santi.

Bum! Bum! Bum!

Iniziano a bombardare.
Avete notato che l’inizio dei fuochi è identico alla fine? Casualità o metafora?
Il cielo si riempie di colore, e la neve non vuole smettere di scendere, anzi, si adegua al momento e da un tocco personale allo spettacolo, creando un effetto aureola attorno ai fiori che esplodono in cielo.
Ooh…braviii! Ancoraaa! Un ubriaco vicino a noi pronuncia parole incomprensibili che suonano come “bianchi di piuuù!”.
Esplodi, vecchio anno! Anno nuovo, benvenuto!
E stelle cadenti riempiono per un attimo la laguna d’oro, e la gente urla e spinge sempre più forte, e beve dalle bottiglie stappate allo scoccare del nuovo anno. Io ci soffio dentro, imitando una nave.
Il bombardamento è lungo, ma ora il generale ha ordinato il gran finale.

Bum! Bum! Bum!

È il suo modo di salutare.

venerdì 2 gennaio 2009

Lei era alta e snella, o forse noi eravamo dei visionari brufolosi.

Lei era alta e snella, o forse noi eravamo dei visionari brufolosi.
Passammo ore e ore a studiare accuratamente le mosse per avvicinarci a Lei, per provare a buttare là qualche parola, una battutina facile facile. Autoironia, la mossa vincente.
Giurammo di non studiare mai più tanto per niente.
Ma il ricordo di quegli omini-brufolo chini sui libri, abbagliati dalle prime notizie in internet, con le orecchie tese, in classe, a captare ogni piccolo involontario consiglio utile uscito da quella bocca d’angelo, è più attuale che mai, dato che la situazione del maschio medio non è tanto cambiata, nemmeno con l’età.
Almeno allora non avevamo l’internet di oggi, il cosiddetto web 2.0, e dovevamo arrangiarci con le scarse tecnologie in nostro possesso: un cellulare senza fotocamera, un motorino (si, uno per cinque persone), e l’ora di ginnastica. Cosa c’entra l’ora di ginnastica? Signori miei, era la tecnologia principe! Vabbè, il termine non sarà corretto, ma l’uso e il fine “accalappiatorio”, erano gli stessi di quelli di un iPod o di un BlackBerry oggi. Durante l’ora di ginnastica, tra quei mille strumenti di tortura d’altri tempi riconvertiti ad attrezzi ginnici, il maschio-brufolo, e pure il maschio e basta, si trova perfettamente a suo agio, sempre che non sia un secchione: è nel suo ambiente naturale, come un pinguino in Antartide. Poco uso della testa, molto del corpo, un paradiso. Confesso di non essere mai stato in grado di fare la capriola, ma la cosa non mi ha segnato più di tanto, anzi, è un vanto per me. Comunque, nell’ora di educazione fisica noi facevamo a gara a fare la cazzata più grande per farci notare, o a fare la performance migliore, tipo saltare 1.70 per la prova di salto in alto e, mentre si eseguiva il movimento di rotazione dorsale dello stile “fossburi”, come dicono tutti e nessuno sa scrivere, mandare un bacio al pubblico. Ho fatto ben di peggio, come saltare in rotazione di 360 gradi, ma forse di più, e cadere rovinosamente col ginocchio sul mio labbro inferiore, tra dolore e sangue, per la troppa torsione data al movimento, ma ero solo e non volevo mettermi in mostra: volevo provare, da bravo brufolo.
E dopo ore di salti e spinte e tiri, bagnato fradicio di sudore, con l’espressione contratta in una smorfia di dolore misto fatica, pensavi di essere riuscito a far colpo su di Lei, e, naturalmente, pensavi male.
Ma era bello senza tecnologie avanzate perché sentivi che lo sforzo era tuo, e il risultato sarebbe stato assolutamente migliore, se fosse arrivato.
Amen.
Mi ricordo il fingere di essere uomini, anche se, devo dire la verità, non era la mia pratica preferita, come non lo è nemmeno adesso. Gli altri brufolosi discutevano di motori, di quanto facesse guadagnare in velocità e ripresa un carburatore nuovo sul Ciao, e di donne, di sesso, che poi nessuno aveva realmente provato. Ma si sa, il sesso è l’ossessione principe del maschio.
I primi fortunati possessori di internet iniziarono a diventare assidui fruitori dei primi siti porno, quelli gratuiti, e ad imparare qualcosa in più sull’uso dei computer e dei vari softwares. L’abilità base era legata ad Internet Explorer e consisteva nel cancellare cronologia, files temporanei, e cookies. Avere queste abilità significava diventare l’amico numero uno, quello capace, quello che ti avrebbe salvato, ma non occorreva che fosse anche discreto, non con gli amici: era un vanto il numero di pagine visitate in quei determinati siti.
Noi, e tutti quelli della mia generazione, crescemmo molto male. Infatti, aggiungendo a internet i telefilms americani, possiamo notare come il contatto con la realtà non fu altro che orrendamente traumatico per il branco di brufolosi che eravamo. In ogni caso è molto probabile che gli attuali informatici abbiano iniziato così: vedete voi se ringraziarli o no.