mercoledì 11 novembre 2009
Doppio gioco.
sabato 12 settembre 2009
Ho lasciato le mie scarpe in cucina.
Ho lasciato le mie scarpe in cucina, sotto il mobiletto delle borse. Non è una cosa importante, ma non importa, mi sembrava giusto dirtelo prima che lo scoprissi con irreparabile orrore.
Il latte è finito, e il cartone vuoto sta sgocciolando lentamente nel lavandino (ricordati di riciclarlo!); pure la frutta deve essere finita, o forse c’è ancora una banana tendente al marrone nella fruttiera sul tavolo, ma, leggendo questo bigliettone, l’avrai sicuramente vista, avendo io sagacemente utilizzato la fruttiera stessa come fermacarte...però scrivendolo sembra meno triste la prospettiva dell’incontro con l’immagine dell’entropia.
In poche parole, dovrai fare la spesa perché mancano innumerevoli altre cose che sarebbe inutile menzionare qui, anche perché non me le ricordo, ora: sono di fretta, l’aereo parte.
Si, me ne devo andare per lavoro, ma tornerò il prima possibile da te. E non preoccuparti del sogno che hai fatto, che le profezie si avveravano solo nell’antica Grecia (e non esistevano i Boeing 747!).
Ah si, dovrai comprarti pure una penna, perché questa verrà con me in volo.
Un lungo bacio, a presto.
Queste parole, scritte su questo foglietto strappato dal suo blocco a righe, furono le ultime rivolte a me, il giorno undici di settembre.
domenica 24 maggio 2009
Cadere
Le rotelle scorrono, e il cassetto si blocca a fine corsa, con un colpo brusco, e un suono metallico di forchette, coltelli, cucchiai, cucchiaini, grattugie, e sordi tappi di plastica da vino. So che vorrebbe, per una volta, provare l’ebbrezza di uscire dai binari e schiantarsi al suolo, senza rompersi troppo, solo per sentire, sentirsi, conoscersi. È fatalmente bloccato, però. È fatalmente bloccato dalla paura di cadere, come succede a me, quando prendo l’aereo. La paura di volare non esiste: è una cosa stupenda, perché temerla? Forse sono così cristianizzato da evitare il piacevole? Certo che no. Cadere, invece, è il problema, il vero problema, ma forse è proprio cadere che ti fa apprezzare il volare.
Il cassetto non si muove più di così, ma voglio farlo cadere, devo farlo cadere, “per vedere l’effetto che fa”, e inizio a strattonarlo, in un crescendo di destrudo e di libertà; e lui vorrebbe cadere, lo so, vorrebbe sentire l’aria sfregarsi sul suo corpo di legno e stampelle di metallo, nella breve picchiata che lo accompagnerebbe a terra, su quelle piastrelle bitonali, marrone chiaro-marrone scuro, ordinate, la breve picchiata che lo porterebbe allo schianto. Sbang, e forchette e coltelli e cucchiai, e cucchiaini impauriti e grattugie e sordi tappi di plastica, rinvigoriti dall’ebbrezza del volo, sparpagliati sul pavimento, in mirabile casualità. Parlo tanto, e non faccio niente. Lo sto ancora guardando. Paura di cadere? Paura di provare?Afferro con forza la maniglietta, l’otre della convinzione straborda, e tiro il cassetto verso di me. Lo tiro con forza, molta forza. Si blocca, e maledico chi ha costruito dei fermi così resistenti. Lo guardo bene, scruto i miei nemici, e poi l’occhio ricade sul suo interno, sulle sue interiora. Scelgo un coltello affilato, dal corpo nero e dalla lama scontatamente grigia, luccicante.
giovedì 26 marzo 2009
Ascolta
-Ah, e sarebbe?-
-Una cosa incredibile…tecnologia…progresso…mamma mia, pazzesco! Davvero non ci credevo!-
-Se non me la dici, come faccio a capire di cosa stai parlando?-
-Si si, subito, ma ti avviso che è davveeeero pazzesca! Infatti…-
C’era un sole, o forse ce n’era più d’uno, dato che la luce era quasi troppa, per una giornata comune. Passeggiavo per le calli di Venezia da solo, senza meta, per sprecare un po’ di tempo, avendone ancora a sufficienza. Sciami di turisti dispersi nel dedalo di viuzze e canali, e piedi pestati, e spinte, e versi cavernicoli degli “indigeni”, che evidentemente non hanno ancora acquisito un vocabolario adeguato, di qualunque età essi siano. Passeggiavo, dicevo, soffermandomi davanti a poche vetrine, occhialerie e negozi di scarpe le mie prede, senza far poi tanto caso alla merce esposta, ma scrutando alla ricerca di nulla di preciso, quindi alla ricerca di tutto.
Entrai in un negozio di dischi per comprare il cd dei miei sogni, ma non lo trovai; in compenso, davanti agli occhi avevo una scena che valeva tutta la fatica della scarpinata fatta per arrivare là, inconsciamente o no: il negoziante accarezzava un piccione come fosse il suo gatto, o cane. Ora, ammetto che la scena poteva essere anche più spettacolare, ma l’effetto che ha avuto su di me è qualcosa d’indescrivibile. In effetti, nessuno crede che io l’abbia vista, attentando alla mia stabilità mentale. Ma giuro che è così.
-No perché sai, no? Le notizie devono essere prese con le pinze, e poi sai, il sistema è malato. Cioè…cioè capisci, la società ci costringe entro certi limiti spazio-temporali che sono gabbie, gabbie per noi che siamo liberi, perciò dobbiamo escludere la dimensione del…del…coso, come si dice…del…beh, hai capito no? Si dai, dobbiamo liberarci, dobbiamo…-
-Ma…la notizia?-
-Ma non capisci? Cioè fratello sei troppo dentro, troppo…dentro al sistema del tempo della società malata…relax, fratello, relax…bisogna acquisire il giusto mood per comprendere certe cose-
-Ah, capisco. Il problema è che dovrei andare a lezione fra cinque minuti…-
-Andare a lezione? Fratello, è una costrizione borghese…andare-a-lezione…senti come suona male? Non capisci che dentro a quelle aule non si fa cultura? La cultura è fuori, è libera. La cultura siamo noi che stiamo fuori, cioè…cioè è così: noi creiamo la cultura che i prof, i politici e tutti quegli stronzi dentro distruggono, come si dice…borghesano… Noi creiamo cultura attraverso il dialogo plurale e libero, fratello, e ne discutiamo alle cinque a San Basilio anche oggi: devi venire! Discutiamo di cultura con uno spritz organizzativo…-
-Guarda, mi dispiace ma ho lezione.-
-Ma allora non hai capito un cazzo di quello che ti ho detto! La cultura siamo noi, Onda.-
-E gli esami devo farli io…-
Venezia ha già dimenticato i mesi “caldi” autunno-inverno. In quel periodo si respirava un’aria nuova, un’aria di riscossa, e tutto sembrava andare bene. Molti mitizzavano il periodo come “il nuovo ‘68”, ma, francamente, di sessantottino c’era solo qualche eco lontana. L’Italia sembrava svegliarsi dal lungo torpore e prendere coscienza del proprio stato. C’erano tante belle speranze, ma la disillusione arrivò presto, almeno per me. I professori abbandonarono la lotta, o meglio, non parteciparono mai, se non per piegarla ai loro fini, quindi l’Onda perse la cosiddetta parte che conta, e si frantumò sulla battigia delle vacanze di Natale.
In quei mesi, ero davvero preso dalle varie iniziative. Migliaia di giovani in corteo, lezioni all’aperto, assemblee interateneo…belle cose. Freddo, caviglie storte, lezioni: niente mi fermava. L’incompetenza dei “capi della rivolta”, l’assenza di veri ideali, se non l’antiberlusconismo, e l’incapacità di dialogare veramente furono le cause del mio veloce distacco dalle “azioni”.
La disillusione è un brutto male, ma fortifica.
Poi, fino a che le proteste le fanno quelli con L’iPod e le Converse, o le Clarks, viene da sé che parlare di giustizia proletaria e simili faccia più ridere che altro. Pasolini, in una delle uniche volte che sono riuscito ad ascoltarlo, affermò che, nel ’68, stava dalla parte dei poliziotti perché loro potevano parlare veramente di proletariato, non gli studenti figli di borghesi e gente danarosa.
Rivoluzione…libertà…cultura…spritz organizzativi…
Una generazione (quasi) senza futuro che combatte per emulare, non per ottenere.
Entrai allora in una libreria per trovare conforto, in quel giorno di sole.
“E noi buttavamo tutto in aria, e c’era un senso di vittoria, come se tenesse conto del coraggio la storia…” I Reduci, Giorgio Gaber.
domenica 1 marzo 2009
Citando (pubblicato ora, ma di un po' di tempo fa: profezia)
Conosco millanta storie di materialisti che cercano verità nelle ghiande, di preti che promettono a tutti un’altra vita ma il significato è lo stesso: paura di andarsene e non rivederci tra cent’anni, che poi non deve essere proprio una gran cosa rivedersi vecchi e cadenti, seduti su una sedia a rotelle, dopo aver passato gli anni migliori con una banda a suonare rock, musica ribelle, anche se sono solo canzonette, sciocchezze.
Quale allegria? Nessuna. Forse è più utile un pensiero superficiale rispetto ad un continuo shock di fronte a tutto il mondo intorno. Libertà non è partecipazione? Agire? Forse camminare senza guardare per terra, magari anche volare, volare…lasciatemi le ali. Sentirsi un desaparecido nella società odierna, solo con la sua pena…camminare in mezzo a gatti e volpi come fantasmi, e consolarsi della propria (ricercata) solitudine scrivendo, quando si è d’umore nero. In fondo, il mondo non si è mai fermato, quando un suo abitante è inciampato, per raccoglierlo, tanto meno se del suo ombelico.
Ma ora la luna ha bussato e il juke-box suona altra musica, nuova musica, sempre la stessa.
Canzoni del sole e di vari Piero, e di eroi morti, e di eroi presunti, e di locomotive lanciate contro l’ingiustizia: in fondo noi cerchiamo la bellezza ovunque.
venerdì 13 febbraio 2009
Eppure soffia: l'attualità degli anni 70.
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte
un'isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva
Eppure il vento soffia ancora
spruzza l'acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie
Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale
ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario
e presto la chiave nascosta di nuovi segreti
così copriranno di fango persino i pianeti
vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli
i crimini contro la vita li chiamano errori
Eppure il vento soffia ancora
spruzza l'acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie
eppure sfiora le campagne
accarezza sui fianchi le montagne
e scompiglia le donne fra i capelli
corre a gara in volo con gli uccelli
Eppure il vento soffia ancora
giovedì 29 gennaio 2009
Sistema
Sarebbe bello vederli ruotare assieme attorno al sole, mano nella mano, ma capita, forse più spesso, che l’attrazione reciproca diventi contrasto insanabile. E nessuna altra forza opposta può evitarne l’infausta collisione, distruttiva come solo la natura può essere.
Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.
Sarebbe bello vederli fusi in un unico inscindibile mentre compiono i loro viaggi ellittici. E il sole che li abbronza simmetricamente, visione celestiale, durante le loro capriole interstellari.
Quando due mondi s’incontrano, o si completano o si distruggono.
Sarebbe bello vedere la pioggia ticchettare sulle loro ruvide pelli, e creare macchie verdi intense, e intense macchie blu, qua e là, in mirabile equilibrio. Una doccia fresca di millenni d’infinito.
martedì 13 gennaio 2009
Ancora questi mituncoli...
giovedì 8 gennaio 2009
Rain.
I'm trying to get rid of them
but it's so cold outside
and I can't find a warm hug.
A warm hug, alcoholic illusion
frantic pretension, ignorant amusement
but it's so cold outside, baby
it's just too cold.
And the rain is falling
and I love it because
I'm waiting for a new baptism
of fire and gold
I'm gonna break the mould.
And the rain is falling
on our crying faces
silver teardrops plough our cheeks
like bloody daggers cutting meat.
lunedì 5 gennaio 2009
Capodanno dovrebbe venire più spesso.
La notte a cavallo tra i due anni, tra le speranze andate del passato, le esperienze vissute, e le labili luci del futuro “incerto”, alla Carotone, è una notte come le altre, non c’è nulla da fare. E poco contano tutte quelle chiacchiere sull’anno nuovo, tutte quelle belle parole di speranza, per chi ancora ne ha. È una notte di festa, ma cosa si festeggia? Il nuovo anno, l’inesorabile incedere del tempo, l’erosione dei nostri corpi: c’è davvero da festeggiare? Forse si, ne vale la pena, se non altro per stare assieme più del solito; forse è giusto festeggiare la vita che si rinnova di continuo, abbandonando il nostro egoismo. Gioire per gli altri, per chi verrà.
Propositi per il nuovo anno non ne faccio, perché non so farne. Al massimo posso dire “vorrei laurearmi”, per quanto possa valere.
Forse il proposito migliore è “vorrei migliorare”.
San Marco, dodici rintocchi, o almeno credo. Nelle case si è mangiato, si è bevuto, si è parlato, ma è solo il riscaldamento per la corsa finale. Dodici rintocchi fanno esplodere le persone-sardine ammucchiate nella piazza, e fanno esplodere pure noi.
È sempre un’emozione, l’anno che viene, forse perché puoi dire “ce l’ho fatta anche questa volta”, e poi i fuochi, e la neve sempre più forte, e il frastuono, e le urla.
Nei propositi, dovremmo abbandonare il “vorrei” per un più forte “voglio”, a costo di suonare superbi. Così “voglio laurearmi”, “voglio migliorare”: molto meglio! Forse il condizionale si addice di più a persone che non hanno più speranza, e io non posso dire di esserne totalmente privo. Quindi voglio…dandomi quella sicurezza che non ho mai avuto.
Gli schiocchi dei baci risuonano deboli nella neve, e l’immensa porcata del bacio in piazza non è che una legittimazione, se così si può definire, di ciò che la gente fa già, senza bisogno di spettacoli. È come se facessero “Fotografa San Marco”.
E la gente inizia a spingere con la forza dell’ignoranza; tutti vogliono vedere i fuochi da una posizione migliore, in riva, ed anche avere una facile via d’uscita dal campo di battaglia che è diventata la piazza più bella del mondo. Sparano botti ad altezza gambe, e volano insulti, preferibilmente contro di quelli del sud, leghisticamente suberidani, che sono gli unici a godere nel rischiare una mano o un piede a capodanno.
La cosa che mi uccide è la consapevolezza che tutto, prima o poi, deve finire, e quindi anche una festa così bella, e l’atmosfera di questa notte, e i fiocchi sempre più grossi che si tuffano sul giaccone. Diverrà ricordo. Godere dei ricordi non è il mio forte. Rimarrò depresso per qualche giorno, ma è la prassi. È perché non mi so accontentare, ma, diciamo la verità, la felicità non è mai abbastanza. “Sei stato felice? Accontentati!” è la frase che più odio, uscita, in origine, dalla bocca della mia insegnante di religione alle superiori, una di quelle persone che di sfighe ne hanno avute abbastanza, a dire il vero, e devono trovare un modo per andare avanti, povere, o forse era convinta che, insegnando religione, avrebbe dovuto parlare sempre come un prete, vale a dire come uno che vive in un mondo di draghi e principesse, e santi.
Bum! Bum! Bum!
Iniziano a bombardare.
Avete notato che l’inizio dei fuochi è identico alla fine? Casualità o metafora?
Il cielo si riempie di colore, e la neve non vuole smettere di scendere, anzi, si adegua al momento e da un tocco personale allo spettacolo, creando un effetto aureola attorno ai fiori che esplodono in cielo.
Ooh…braviii! Ancoraaa! Un ubriaco vicino a noi pronuncia parole incomprensibili che suonano come “bianchi di piuuù!”.
Esplodi, vecchio anno! Anno nuovo, benvenuto!
E stelle cadenti riempiono per un attimo la laguna d’oro, e la gente urla e spinge sempre più forte, e beve dalle bottiglie stappate allo scoccare del nuovo anno. Io ci soffio dentro, imitando una nave.
Il bombardamento è lungo, ma ora il generale ha ordinato il gran finale.
Bum! Bum! Bum!
È il suo modo di salutare.
venerdì 2 gennaio 2009
Lei era alta e snella, o forse noi eravamo dei visionari brufolosi.
Passammo ore e ore a studiare accuratamente le mosse per avvicinarci a Lei, per provare a buttare là qualche parola, una battutina facile facile. Autoironia, la mossa vincente.
Giurammo di non studiare mai più tanto per niente.
Ma il ricordo di quegli omini-brufolo chini sui libri, abbagliati dalle prime notizie in internet, con le orecchie tese, in classe, a captare ogni piccolo involontario consiglio utile uscito da quella bocca d’angelo, è più attuale che mai, dato che la situazione del maschio medio non è tanto cambiata, nemmeno con l’età.
Almeno allora non avevamo l’internet di oggi, il cosiddetto web 2.0, e dovevamo arrangiarci con le scarse tecnologie in nostro possesso: un cellulare senza fotocamera, un motorino (si, uno per cinque persone), e l’ora di ginnastica. Cosa c’entra l’ora di ginnastica? Signori miei, era la tecnologia principe! Vabbè, il termine non sarà corretto, ma l’uso e il fine “accalappiatorio”, erano gli stessi di quelli di un iPod o di un BlackBerry oggi. Durante l’ora di ginnastica, tra quei mille strumenti di tortura d’altri tempi riconvertiti ad attrezzi ginnici, il maschio-brufolo, e pure il maschio e basta, si trova perfettamente a suo agio, sempre che non sia un secchione: è nel suo ambiente naturale, come un pinguino in Antartide. Poco uso della testa, molto del corpo, un paradiso. Confesso di non essere mai stato in grado di fare la capriola, ma la cosa non mi ha segnato più di tanto, anzi, è un vanto per me. Comunque, nell’ora di educazione fisica noi facevamo a gara a fare la cazzata più grande per farci notare, o a fare la performance migliore, tipo saltare 1.70 per la prova di salto in alto e, mentre si eseguiva il movimento di rotazione dorsale dello stile “fossburi”, come dicono tutti e nessuno sa scrivere, mandare un bacio al pubblico. Ho fatto ben di peggio, come saltare in rotazione di 360 gradi, ma forse di più, e cadere rovinosamente col ginocchio sul mio labbro inferiore, tra dolore e sangue, per la troppa torsione data al movimento, ma ero solo e non volevo mettermi in mostra: volevo provare, da bravo brufolo.
E dopo ore di salti e spinte e tiri, bagnato fradicio di sudore, con l’espressione contratta in una smorfia di dolore misto fatica, pensavi di essere riuscito a far colpo su di Lei, e, naturalmente, pensavi male.
Ma era bello senza tecnologie avanzate perché sentivi che lo sforzo era tuo, e il risultato sarebbe stato assolutamente migliore, se fosse arrivato.
Amen.
Mi ricordo il fingere di essere uomini, anche se, devo dire la verità, non era la mia pratica preferita, come non lo è nemmeno adesso. Gli altri brufolosi discutevano di motori, di quanto facesse guadagnare in velocità e ripresa un carburatore nuovo sul Ciao, e di donne, di sesso, che poi nessuno aveva realmente provato. Ma si sa, il sesso è l’ossessione principe del maschio.
I primi fortunati possessori di internet iniziarono a diventare assidui fruitori dei primi siti porno, quelli gratuiti, e ad imparare qualcosa in più sull’uso dei computer e dei vari softwares. L’abilità base era legata ad Internet Explorer e consisteva nel cancellare cronologia, files temporanei, e cookies. Avere queste abilità significava diventare l’amico numero uno, quello capace, quello che ti avrebbe salvato, ma non occorreva che fosse anche discreto, non con gli amici: era un vanto il numero di pagine visitate in quei determinati siti.